Osteoporosi: cause, sintomi, diagnosi e trattamento

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L’osteoporosi è una malattia cronica che colpisce il tessuto osseo e si manifesta con un’alterazione complessa della sua struttura e una riduzione della densità. Non si tratta solo di una perdita di massa ossea, ma soprattutto di un cambiamento nell’organizzazione interna delle ossa a livello microscopico: assottigliamento degli elementi trabecolari, distruzione dei componenti di collegamento e deterioramento della qualità complessiva dell’osso.

Di conseguenza, le ossa diventano notevolmente più fragili e soggette a fratture, anche in caso di lesioni lievi o cadute. Le fratture causate dall’osteoporosi rappresentano un grave rischio, che spesso comporta un recupero prolungato, può portare alla disabilità e, in alcuni casi, avere esiti fatali. Le vertebre, il collo del femore e il radio distale sono le sedi più comunemente colpite dall’osteoporosi.

Undicesima vertebra toracica inalterata e dodicesima vertebra toracica affetta da osteoporosi (riduzione dell'altezza del corpo vertebrale, alterazione della struttura trabecolare del tessuto osseo)
Undicesima vertebra toracica inalterata e dodicesima vertebra toracica affetta da osteoporosi (riduzione dell’altezza del corpo vertebrale, alterazione della struttura trabecolare del tessuto osseo): modello 3D

Determinazione della densità minerale ossea

La determinazione della salute ossea e l’individuazione dell’osteoporosi avvengono solitamente tramite la densitometria, un metodo diagnostico sicuro e relativamente rapido. La densitometria ossea, detta anche assorbimetria, consente di determinare la densità minerale ossea (BMD), ovvero la quantità di minerali presente in un determinato volume osseo.

Esistono diversi tipi di densitometria:

  • Assorbenza a raggi X a doppia energia (DXA);
  • Densitometria a ultrasuoni;
  • Tomografia computerizzata quantitativa (QCT).

La DXA è il metodo più diffuso e accurato utilizzato per diagnosticare l’osteoporosi.

Secondo la classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la diagnosi di osteoporosi viene formulata sulla base dei dati densitometrici, in particolare quando il T-score è pari o inferiore a -2,5. Il T-score è un indicatore che mette a confronto la densità minerale ossea (BMD) del paziente con quella di individui sani nel periodo di picco di massa ossea (di solito tra i 25 e i 35 anni). È espresso in deviazioni standard (DS) rispetto all’intervallo di normalità.

Pertanto, un T-score ≤ -2,5 indica che la densità minerale ossea del paziente è inferiore di 2,5 deviazioni standard o più rispetto al valore normale della massa ossea di picco, il che suggerisce una significativa riduzione della densità e un aumento del rischio di fratture. Per ottenere risultati accurati nella densitometria, è necessario tenere conto dell’età e del sesso del paziente, nonché di altri fattori che influenzano la massa ossea. Ad esempio, nei giovani con una massa ossea di picco inizialmente bassa, anche un T-score leggermente negativo può indicare un rischio elevato di sviluppare l’osteoporosi in futuro.

Eziologia

L’osteoporosi deriva da uno squilibrio tra i processi di riassorbimento osseo (distruzione) operati dagli osteoclasti e la formazione ossea assicurata dagli osteoblasti. In condizioni normali, questi processi sono in equilibrio e garantiscono un rinnovamento osseo costante. Nell’osteoporosi, la distruzione prevale sulla formazione, causando una riduzione della densità ossea e un aumento della fragilità delle ossa.

Diversi fattori accelerano la perdita di massa ossea e aggravano la condizione. Tra i fattori non modificabili figurano i cambiamenti legati all’età e la diminuzione dei livelli di estrogeni nelle donne in post-menopausa. Con l’avanzare dell’età, sia negli uomini che nelle donne, l’attività degli osteoblasti diminuisce e la qualità dell’osso di nuova formazione peggiora, rallentando così la formazione ossea. Nelle donne, la ridotta produzione di estrogeni durante la menopausa, che comporta un brusco calo della loro concentrazione nel sangue, intensifica la distruzione ossea da parte degli osteoclasti, poiché gli estrogeni in genere inibiscono l’attività di queste cellule.

Cause secondarie e fattori di rischio

Le cause secondarie dell’osteoporosi sono fattori che possono essere corretti o controllati. Tra questi si annoverano:

  • Comorbilità: varie malattie croniche influiscono negativamente sulla salute delle ossa. Tra queste figurano l’ipertiroidismo, che accelera il ricambio osseo e porta alla perdita di massa ossea; l’insufficienza renale cronica, che causa un’alterazione del metabolismo del fosforo e una carenza di vitamina D; la sindrome di Cushing, caratterizzata da un’eccessiva produzione di cortisolo, che inibisce l’attività degli osteoblasti e favorisce il riassorbimento osseo.
  • Farmacoterapia: l’uso prolungato di determinati farmaci può influire negativamente sul tessuto osseo. Il fattore di rischio più significativo è l’uso prolungato di glucocorticoidi ad alto dosaggio, poiché inibiscono gli osteoblasti, riducono l’assorbimento del calcio e ne aumentano l’escrezione urinaria. Anche alcuni agenti antiepilettici, antiaritmici e antineoplastici aumentano il rischio.
  • Abitudini nocive: il fumo e l’abuso di alcol hanno un effetto distruttivo sulle ossa. La nicotina compromette l’irrorazione sanguigna delle ossa, inibisce l’attività degli osteoblasti e riduce l’assorbimento del calcio. Un consumo eccessivo di alcol altera il metabolismo del calcio e della vitamina D, aumentando il rischio di cadute e fratture. Anche un’attività fisica insufficiente, in particolare gli esercizi con carico, contribuisce alla perdita di massa ossea, poiché le ossa si rafforzano in risposta al carico meccanico.
  • Carenze nutrizionali: un apporto insufficiente di calcio e vitamina D attraverso l’alimentazione o un malassorbimento comportano una carenza di questi nutrienti fondamentali, essenziali per la salute delle ossa. La vitamina D svolge un ruolo fondamentale nell’assorbimento del calcio e nella regolazione dei suoi livelli ematici.
  • Predisposizione genetica: l’ereditarietà svolge un ruolo fondamentale nel determinare la densità minerale ossea e il rischio di osteoporosi. Le mutazioni in determinati geni possono aumentare la predisposizione a questa malattia. In particolare, le mutazioni del gene LRP5 (che codifica un recettore transmembranario che regola l’attività degli osteoblasti) e del gene COL1A1 (che codifica la catena α1 del collagene di tipo I, la principale proteina strutturale dell’osso).

Epidemiologia

L’osteoporosi rappresenta una sfida significativa per i sistemi sanitari di tutto il mondo, con ripercussioni particolarmente marcate sulla popolazione anziana. È una malattia sistemica dello scheletro caratterizzata da riduzione della massa ossea e compromissione della microarchitettura ossea, che comporta una maggiore fragilità ossea e un aumento del rischio di fratture anche in seguito a lesioni lievi.

A livello mondiale, circa 250 milioni di persone convivono con questa patologia, la cui prevalenza aumenta con l’età. Ogni anno si registrano circa 8,9 milioni di casi di fratture da basso impatto. Circa un terzo delle donne e un quinto degli uomini oltre i 50 anni subiscono fratture dovute all’osteoporosi, il che sottolinea l’importanza di questa malattia per la salute pubblica.

Le donne sono più soggette all’osteoporosi rispetto agli uomini a causa di una densità ossea inizialmente inferiore, di uno sviluppo più lento della massa ossea massima durante la giovinezza e di una perdita più rapida di massa ossea durante la menopausa, quando la diminuzione dei livelli di estrogeni influisce negativamente sul tessuto osseo. Il rischio di osteoporosi aumenta con l’età, soprattutto dopo i 65 anni, quando i processi di riassorbimento (distruzione) ossea superano quelli di formazione. La prevalenza più elevata della malattia si osserva in Nord America e in Europa, dove si registrano livelli più elevati di urbanizzazione, stili di vita sedentari e carenza di vitamina D, mentre i tassi sono più bassi in Africa, forse in relazione a uno stile di vita più attivo e a abitudini alimentari tradizionali ricche di calcio.

Le fratture dell’anca e delle vertebre causate dall’osteoporosi comportano spesso una disabilità prolungata, una riduzione della qualità della vita e un aumento della mortalità tra gli anziani. Le fratture del collo del femore, ad esempio, richiedono un trattamento chirurgico complesso e una riabilitazione di lunga durata e comportano un rischio significativo di complicanze quali polmonite, tromboembolia e piaghe da decubito. Purtroppo, le fratture del collo del femore comportano un tasso di mortalità compreso tra il 20% e il 24% entro un anno dall’infortunio, il che le rende tra le fratture più pericolose in età avanzata. Secondo le previsioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro il 2050 il numero di fratture dell’anca aumenterà del 310% tra gli uomini e del 240% tra le donne.

Classificazione dell’osteoporosi

Per comprendere e organizzare meglio gli approcci diagnostici e terapeutici, l’osteoporosi viene classificata in primaria e secondaria.

Osteoporosi primaria

L’osteoporosi primaria insorge a causa dei naturali cambiamenti dell’organismo legati all’età e della predisposizione genetica, senza che si possano individuare cause sottostanti evidenti diverse dai fattori legati all’età. Si divide in due tipi principali:

Tipo I (osteoporosi post-menopausale): la forma più comune, che colpisce prevalentemente le donne di età compresa tra i 50 e i 65 anni. Il suo sviluppo è strettamente legato al calo drastico dei livelli di estrogeni dopo la menopausa. Gli estrogeni svolgono un ruolo importante nel mantenimento della salute delle ossa, in quanto inibiscono il riassorbimento (distruzione) del tessuto osseo e ne stimolano la formazione. Una carenza di estrogeni provoca una perdita accelerata di tessuto osseo trabecolare, che costituisce una parte significativa delle vertebre, delle costole e delle estremità delle ossa lunghe.

A causa di questo tipo di osteoporosi, le fratture dei corpi vertebrali (che possono provocare mal di schiena, deformità della colonna vertebrale e limitazioni della mobilità) e le fratture metafisarie distali del radio (le cosiddette fratture del “polso”) sono le più frequenti e si verificano in seguito a lesioni lievi, come cadute da altezze modeste. È importante sottolineare che le donne con menopausa precoce (prima dei 45 anni) o che hanno subito l’asportazione chirurgica delle ovaie presentano un rischio significativamente maggiore di sviluppare l’osteoporosi post-menopausale.

Tipo II (osteoporosi senile): si manifesta in soggetti di età superiore ai 70 anni e colpisce sia gli uomini che le donne. In questo caso, la diminuzione della densità ossea è associata al declino, legato all’età, della funzione degli osteoblasti, le cellule responsabili della formazione di nuovo tessuto osseo. Con l’avanzare dell’età, gli osteoblasti diventano meno attivi, causando un rallentamento dei processi di formazione ossea e, di conseguenza, una perdita sia del tessuto osseo corticale (denso, esterno) che di quello trabecolare. L’osteoporosi senile è caratterizzata da un aumento del rischio di fratture del collo del femore (particolarmente pericolose a causa dell’elevata probabilità di invalidità e dell’alto tasso di mortalità dopo la frattura) e delle ossa pelviche. Negli uomini, lo sviluppo dell’osteoporosi senile è spesso legato alla diminuzione dei livelli di testosterone, che svolgono inoltre un ruolo fondamentale nel mantenimento della salute delle ossa.

Osteoporosi secondaria

A differenza dell’osteoporosi primaria, l’osteoporosi secondaria ha una causa ben definita, la cui eliminazione può portare a un miglioramento del tessuto osseo. Le cause dell’osteoporosi secondaria includono:

  • Farmaci: l’uso prolungato dei glucocorticosteroidi può ridurre significativamente la densità ossea, inibendo l’attività degli osteoblasti e aumentando il riassorbimento. Anche alcuni anticoagulanti, farmaci antiaritmici e alcuni farmaci antineoplastici aumentano il rischio di sviluppare l’osteoporosi.
  • Malattie endocrine: ipotiroidismo (riduzione della funzionalità della ghiandola tiroidea), iperparatiroidismo (aumento della funzionalità delle ghiandole paratiroidi), diabete mellito, malattie che compromettono la produzione degli ormoni sessuali (ad esempio, l’ipogonadismo negli uomini): tutte queste condizioni possono causare disturbi nel metabolismo del calcio e del fosforo, con conseguenze negative sulla salute delle ossa.
  • Malattie gastrointestinali: le malattie che causano un malassorbimento dei nutrienti, come la celiachia, il morbo di Crohn e la colite ulcerosa, possono provocare carenze di calcio e vitamina D, sostanze essenziali per la salute delle ossa.
  • Neoplasie maligne: certi tipi di cancro e metastasi ossee possono portare alla distruzione del tessuto osseo e allo sviluppo dell’osteoporosi. Una differenza fondamentale tra l’osteoporosi secondaria e quella primaria è l’assenza di una correlazione significativa tra sesso ed età. Può manifestarsi a qualsiasi età e in entrambi i sessi, a seconda della causa sottostante.

Diagnosi

Una diagnosi accurata dell’osteoporosi e la scelta di un piano terapeutico ottimale richiedono un approccio globale, che comprenda la valutazione clinica, gli esami strumentali e gli esami di laboratorio.

1. Misurazione della densità ossea

L’assorbimetria a raggi X a doppia energia (DXA) è considerata lo “standard di riferimento” per la valutazione della densità minerale ossea (BMD). Questo metodo consente di determinare con precisione la densità minerale ossea (BMD) nelle vertebre lombari (L1-L4) e nel collo del femore, che sono le parti più vulnerabili dello scheletro e più soggette a fratture.

I dati ottenuti vengono confrontati con i valori normali tipici di una determinata fascia d’età e di un determinato sesso. Per valutare il grado di riduzione della massa ossea si utilizzano due parametri: il T-score e lo Z-score.

T-score: riflette lo scostamento della densità minerale ossea (BMD) del paziente rispetto al valore medio degli adulti sani che hanno raggiunto il picco di massa ossea (di solito tra i 20 e i 30 anni).

Un valore del T-score pari o inferiore a -2,5 indica la presenza di osteoporosi, che è indice di una significativa perdita di massa ossea e di un aumento del rischio di fratture. Un T-score compreso tra -2,5 e -1,0 corrisponde all’osteopenia, una condizione caratterizzata da una ridotta densità ossea che non soddisfa i criteri diagnostici dell’osteoporosi. L’osteopenia è un fattore predisponente allo sviluppo dell’osteoporosi e richiede modifiche dello stile di vita e, in alcuni casi, un trattamento farmacologico.

Z-score: indica lo scostamento della densità minerale ossea (BMD) del paziente rispetto al valore medio per le persone della stessa età e dello stesso sesso. Questo criterio viene utilizzato più spesso per valutare la massa ossea nei bambini, negli adolescenti e nei giovani adulti.

2. Test di laboratorio

Effettuati per escludere l’osteoporosi secondaria e le patologie associate.

Vengono eseguiti i seguenti test per individuare le possibili cause dell’osteoporosi e per valutare lo stato di salute generale del paziente:

  • Determinazione dei livelli di calcio (totale e ionizzato), fosfati, 25(OH) vitamina D (per valutare le riserve di vitamina D nell’organismo), ormone paratiroideo (PTH) e ormone stimolante la tiroide (TSH) al fine di escludere disturbi del metabolismo del calcio e del fosforo, nonché patologie della tiroide e delle ghiandole paratiroidi.
  • Determinazione dei marcatori del ricambio osseo: CTX (Beta-Cross Laps) – telopeptide N-terminale del collagene I (marcatore della riassunzione ossea) e P1NP (propettino amino-terminale del collagene di tipo I) – marcatore della formazione ossea. Livelli elevati di questi marcatori indicano una maggiore distruzione del tessuto osseo.
  • Esami biochimici del sangue, compresa la valutazione della funzionalità epatica (ALT, AST, bilirubina) e renale (creatinina, urea), al fine di valutare lo stato generale dell’organismo ed escludere l’influenza di patologie concomitanti sulle condizioni del tessuto osseo.
  • In alcuni casi, è necessario determinare i livelli degli ormoni sessuali, come il testosterone negli uomini e gli estrogeni nelle donne, per valutare l’impatto dello squilibrio ormonale sul tessuto osseo.

3. Metodi di imaging

  • Radiografia della colonna vertebrale in due proiezioni (anteriore e laterale): per individuare eventuali fratture dei corpi vertebrali e valutare il grado di deformazione della colonna vertebrale.
  • Tomografia computerizzata (CT) o risonanza magnetica (RM) della colonna vertebrale: per individuare fratture nascoste (non visibili ai raggi X), fratture da compressione e altre alterazioni patologiche del tessuto osseo.
  • Radiografia delle regioni degli arti (ad es. collo del femore): per valutare la struttura del tessuto osseo e individuare segni di osteoporosi.

4. Valutazione del rischio di fratture

Lo strumento online FRAX®, sviluppato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), viene utilizzato per valutare la probabilità di fratture nell’arco di dieci anni. Questo strumento consente di calcolare il rischio di fratture del collo del femore e di altre fratture sulla base dei dati relativi alla densità minerale ossea (BMD), dell’età, del sesso, dell’indice di massa corporea (BMI) e di altri fattori di rischio clinici (ad esempio, comorbilità, fumo, consumo di alcol, storia familiare di osteoporosi).

I risultati della valutazione del rischio aiutano il medico a stabilire se sia necessario prescrivere una terapia farmacologica per prevenire le fratture.

Quadro clinico

L’osteoporosi è spesso chiamata “malattia silenziosa” perché la diminuzione della densità ossea di solito procede in modo impercettibile e senza segni evidenti nelle fasi iniziali. Ciò è dovuto alla graduale perdita di massa e resistenza ossea, che non provoca un disagio immediato.

Nella pratica clinica, i primi segni della malattia si manifestano solitamente sotto forma di fratture da minimo trauma che si verificano in seguito a lesioni lievi o addirittura in modo spontaneo. Queste fratture sono indicative di una significativa riduzione della densità ossea e di un aumento del rischio di fratture ricorrenti.

  1. Le fratture del corpo vertebrale si verificano spesso in seguito a uno sforzo minimo, come piegarsi, sollevare un peso o anche solo tossire. Il sintomo principale è un dolore acuto e intenso alla schiena, che può irradiarsi alla gamba o all’addome. Con il passare del tempo, man mano che la malattia progredisce, si può verificare una riduzione dell’altezza (superiore a 4 cm rispetto al valore basale), correlata alla compressione dei corpi vertebrali. Una caratteristica tipica è la curvatura della colonna vertebrale causata da fratture multiple e dalla deformazione della colonna vertebrale, che ricorda la “gobba della vedova”, ovvero una deformazione cifotica della regione toracica.
Frattura da compressione del corpo di Th10
Frattura da compressione della decima vertebra toracica: modello 3D
  1. Le fratture del collo femorale sono le complicanze più gravi dell’osteoporosi e comportano una disabilità significativa. Una frattura del collo del femore può verificarsi anche in seguito a un impatto esterno minimo, come una caduta da un’altezza ridotta (da una sedia o da un letto), o addirittura senza alcuna causa apparente. Il sintomo principale è l’incapacità di muovere la gamba normalmente a causa di un forte dolore e dell’instabilità dell’articolazione dell’anca.
  2. Le fratture del radio distale si verificano in seguito a uno sforzo minimo sul braccio, spesso durante l’estensione o nel tentativo di mantenere l’equilibrio. L’infortunio può verificarsi durante semplici movimenti, come aprire una porta o sollevare un oggetto di piccole dimensioni.

Le fratture vertebrali multiple dovute all’osteoporosi possono causare un dolore alla schiena prolungato e debilitante che limita notevolmente la mobilità e riduce la qualità della vita. Anche le alterazioni della forma della colonna vertebrale, in particolare lo sviluppo di una cifosi, sono segni tipici delle fratture multiple. La riduzione dell’altezza, così come nel caso delle singole fratture vertebrali, è associata alla compressione della colonna vertebrale. Questo dolore porta all’indebolimento dei muscoli della schiena e dell’addome, il che, a sua volta, aumenta il rischio di nuove fratture e aggrava la deformazione della colonna vertebrale, creando un circolo vizioso.

Metodi di trattamento dell’osteoporosi

Il trattamento dell’osteoporosi mira a ridurre il rischio di fratture aumentando la resistenza ossea e riducendo al minimo i fattori di rischio modificabili. L’approccio terapeutico dovrebbe essere globale e combinare metodi non farmacologici e farmacologici, adattati alle esigenze individuali del paziente e alla gravità della malattia.

Trattamento modificante (non farmacologico)

  1. Integratori alimentari contenenti calcio e vitamina D: garantire un apporto adeguato di calcio e vitamina D è fondamentale per la prevenzione e il trattamento dell’osteoporosi. L’assunzione giornaliera raccomandata di calcio è di 1000-1200 mg per la maggior parte degli adulti, mentre quello di vitamina D è di 800-1000 UI (unità internazionali). È importante ricordare che il calcio viene assorbito meglio se assunto in piccole dosi durante la giornata. Fonti di calcio: latticini, verdure a foglia verde (cavolo riccio, spinaci), prodotti arricchiti. Tra le fonti di vitamina D figurano il pesce grasso (salmone, tonno, sgombro), i tuorli d’uovo, i prodotti fortificati, nonché l’esposizione al sole (anche se l’efficacia di questo metodo dipende dalla posizione geografica, dal periodo dell’anno e dalla pigmentazione della pelle).
  2. Esercizio terapeutico (ET): l’attività fisica regolare, in particolare gli esercizi di resistenza (ad esempio, sollevamento di manubri, allenamento con attrezzi, esercizi a corpo libero), svolge un ruolo importante nel rafforzamento delle ossa e nel miglioramento della loro densità (BMD). L’attività fisica migliora inoltre il tono muscolare, la coordinazione dei movimenti e l’equilibrio, riducendo così il rischio di cadute. Si consiglia di combinare esercizi di potenziamento muscolare (2-3 volte alla settimana) con esercizi per l’equilibrio e la flessibilità (quotidiani).
  3. Prevenzione delle cadute: le cadute sono la causa principale delle fratture nelle persone con osteoporosi. È necessario creare un ambiente domestico sicuro eliminando i fattori di rischio di caduta: rimuovere i gradini alti all’ingresso, i tappeti sul pavimento e le superfici scivolose in bagno e nella vasca (utilizzando tappetini antiscivolo) e installare corrimano in bagno.
  4. Cambiamenti nello stile di vita: smettere di fumare e ridurre il consumo di alcol hanno effetti positivi sulla salute delle ossa. La nicotina compromette l’afflusso di sangue alle ossa, inibisce l’attività degli osteoblasti e riduce l’assorbimento del calcio. Un consumo eccessivo di alcol provoca disturbi nel metabolismo del calcio e della vitamina D, oltre ad aumentare il rischio di cadute e fratture.

Terapia farmacologica

  1. Bisfosfonati (acido alendronico, acido zoledronico, acido risedronico): farmaci di prima linea ampiamente utilizzati nel trattamento dell’osteoporosi. Inibiscono l’attività degli osteoclasti, riducendo così il riassorbimento osseo e aumentando la densità ossea. I bifosfonati riducono il rischio di fratture vertebrali e del collo del femore del 40-70%. Da assumere per via orale o endovenosa (acido zoledronico).
  2. Denosumab: un anticorpo monoclonale umano (IgG2) che inibisce la formazione, l’attivazione e la durata di vita degli osteoclasti. Riduce efficacemente il rischio di fratture, in particolare nei pazienti per i quali i bifosfonati sono controindicati o inefficaci. Si somministra per via sottocutanea ogni 6 mesi.
  3. Modulatori selettivi dei recettori degli estrogeni (SERM) (raloxifene): indicati per le donne in post-menopausa. Il raloxifene imita l’azione degli estrogeni sul tessuto osseo, aumentando la densità ossea e riducendo il rischio di fratture.
  4. Analoghi dell’ormone paratiroideo (teriparatide): utilizzati nei casi gravi di osteoporosi quando gli altri trattamenti si rivelano inefficaci. Il teriparatide stimola la formazione del tessuto osseo aumentando l’attività degli osteoblasti. Si somministra per via sottocutanea una volta al giorno. La durata del trattamento farmacologico non supera i 2 anni a causa del rischio di sviluppare un osteosarcoma.
  5. Inibitore della sclerostina (Romosozumab): favorisce la formazione del tessuto osseo e riduce anche il riassorbimento. Il farmaco viene somministrato per via sottocutanea una volta al mese.
  6. Terapia sostitutiva ormonale (TOS): viene utilizzata in modo selettivo, principalmente nelle donne che presentano sintomi della menopausa (vampate di calore, secchezza vaginale) e un elevato rischio di osteoporosi. La TOS può avere un effetto positivo sulla densità ossea, ma è associata al rischio di sviluppare complicanze tromboemboliche e il cancro al seno.
  7. Nuovi trattamenti: si stanno sviluppando e studiando nuovi farmaci per il trattamento dell’osteoporosi, come gli anticorpi osteoanabolici (blosozumab, che agisce sulla sclerostina) e gli inibitori della catepsina K (odanacatib), che stanno dando risultati promettenti negli studi clinici.

Trattamento chirurgico

In caso di fratture, può essere necessario un intervento chirurgico per ripristinare l’integrità dell’osso e garantirne la corretta consolidazione. La scelta dell’impianto ortopedico e del metodo di fissaggio si basa sui dati radiologici e radiometrici, nonché sulle condizioni generali del paziente.

Monitoraggio e follow-up

È necessario sottoporsi a una misurazione della densità ossea (densitometria) ogni 1-2 anni per valutare l’efficacia del trattamento e, se necessario, adeguare la terapia. È fondamentale attenersi al regime terapeutico, sia farmacologico che non farmacologico, valutare gli effetti collaterali della terapia e segnalarli tempestivamente al medico. È inoltre opportuno rivalutare il rischio di fratture tenendo conto dei cambiamenti nello stato di salute del paziente e dei fattori di rischio.

FAQ

1. Cos’è l’osteoporosi in termini semplici?

L’osteoporosi è una malattia metabolica sistemica caratterizzata da uno squilibrio nel processo di rinnovamento del tessuto osseo. La distruzione ossea avviene più rapidamente rispetto al suo ripristino, causando una perdita di densità e un’alterazione dell’architettura interna. Le ossa diventano fragili e possono rompersi anche a causa di sollecitazioni domestiche minime.

2. Quali sono i sintomi più comuni dell’osteoporosi?

Questa patologia ha spesso un decorso latente fino al verificarsi della prima frattura. I sintomi tipici comprendono una perdita di statura (superiore a 4 cm rispetto all’età giovanile), una postura curva e un dolore lombare cronico e sordo causato da microfratture da compressione dei corpi vertebrali.

3. Come distinguere l’osteoporosi dalle metastasi ossee?

L’osteoporosi è un processo metabolico sistemico caratterizzato da una riduzione diffusa della densità ossea, mentre le metastasi sono focolai di distruzione localizzati. Il medico distingue queste patologie ricorrendo alla TC, alla risonanza magnetica o alla scintigrafia, che consentono di valutare la nitidezza dei contorni della lesione e il coinvolgimento dei tessuti molli circostanti.

4. L’osteoporosi è una neoplasia o una malattia a sé stante?

No, è un disturbo metabolico sistemico non correlato ai neoplasmi. Questo malinteso nasce spesso dal fatto che le conseguenze sono simili: entrambe le patologie possono causare una distruzione patologica del tessuto osseo e fratture. Tuttavia, la natura di queste malattie, i meccanismi del loro sviluppo e i metodi di trattamento sono sostanzialmente diversi.

5. Quali esami sono necessari per formulare una diagnosi?

Lo “standard di riferimento” è la densitometria (DXA) per determinare il T-score. Sono inoltre necessari esami di laboratorio per l’osteoporosi: livelli di calcio, fosforo, vitamina D, ormone paratiroideo e marcatori del turnover osseo (P1NP e CTX), che consentono una valutazione in tempo reale del tasso di distruzione tissutale.

6. L’osteoporosi è una malattia mortale?

La diminuzione della densità ossea non porta direttamente alla morte, ma le sue complicanze sono potenzialmente letali. Così, il tasso di mortalità dopo una frattura dell’anca negli anziani raggiunge il 24% nel primo anno. Ciò è dovuto alle conseguenze dell’immobilità forzata: tromboembolia, polmonite e gravi piaghe da decubito.

7. È possibile curare completamente l’osteoporosi e prevenire le fratture?

Il recupero completo della densità al livello dell’età giovane è impossibile, ma i protocolli moderni consentono un’efficace interruzione della degradazione ossea. L’obiettivo principale è minimizzare il rischio di fratture. Ciò si ottiene grazie a una combinazione di terapia farmacologica, integrazione di calcio e vitamina D e fisioterapia regolare volta a rafforzare i muscoli del tronco.

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